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Vence o l'arte di vivere bene



Entrare nella città di Vence, da qualsiasi parte si arrivi, vuol dire entrare nel grande libro della Provenza interna. La magia funziona ad ogni passo: ogni pagina si gira e si anima nella luce che ha ispirato Matisse, forzandolo a lasciare nella Chapelle du Rosaire il suo “capolavoro imperfetto” eretto a guisa di “testamento spirituale”.

Vence è la storia. La Roma degli imperatori vive qui per sempre. I Signori di Villeneuve vi hanno lasciato una traccia eterna. Un frassino è contemporaneo di Francesco I, offerto in ringraziamento dell’accoglienza riservata alle truppe reali. I secoli, se non i millenni, si anno il testimone passando da una strada all’altra. Le grandi date e gli eventi sono scolpiti nelle pietre delle facciate, sulle vasche delle fontane, negli architravi delle porte, negli stalli della cattedrale... oppure dipinte sui muri delle case-palazzo troppo maestose per le stradine strette dai nomi evocatori come quelle della vecchia Parigi: cour de la Prévôté, rue des Portiques, la Porte d'Orient, le portail Levis... Sbucherete ora su una torre dalle fondamenta insondabili, ora su una piazza che colpisce per le sue perfette proporzioni, prima di scorgere un ariete scolpito su una porta o una mirabile vetrata dietro le griglie di ferro battuto.

Il peso del Tempo e degli Uomini che furono ci stordisce senza sopraffarci. Vence è leggera quanto l’aria satura di luce e di profumi. Vence è l'arte che vibra nelle Nuits du Sud, che palpita nelle gallerie, si nasconde nei negozi di antiquariato, si rivela nelle camere di un B&B – la Maison du Frêne è un gioiello di raffinatezza e creatività – si espone nella Chapelle du Rosaire, nei musei, nella Fondation Emile-Hugues o nelle nuove sale del museo Rétif, che ricorda il museo Quai Branly in miniatura, sorvegliato da alte giraffe di bronzo.

Ma Vence è anche l’autenticità dei suoi mercati – tutti i venerdì fino ad ottobre e tutti i giorni, più modesti ma pieni di freschezza, sulla place du Grand-Jardin – con i fruttivendoli, gli apicultori, gli orticoltori, i formaggiai e gli artigiani...

Quando si è finito di percorrere i capitoli del libro della città – Vence la Città delle Arti; Vence la Città Medievale circondata dalle mura circolari; Vence, l’altra città di Matisse – dopo essersi dissetati con le acque della Foux che scorrono in libertà, pure e sempre fresche, si potranno osservare i dintorni.

La strada che fila verso Tourrettes-sur-Loup, il villaggio delle violette che sporge dal suo balcone sulle primizie delle Gorges du Loup. Quella che porta a Saint-Jeannet, annidata ai piedi della massa rocciosa dei Baous imponente e protettrice. Quella che scende su Saint-Paul, l’altra città fortificata dove aleggiano, in mezzo ai dipinti, le anime vagabonde di Prévert, Montant, Signoret, Chagall e tanti altri. Quella che si arrampica al Col de Vence.

Bisogna andare al Col de Vence e al plateau Saint-Barnabé che fecondano la nostra immaginazione a forza di generare storie soprannaturali: nel 1606, gli autori dell’epoca evocano già delle masse luminose che navigano nel cielo… di 314 metri di diametro! Nel febbraio 1988, il 2, alle 23.57 i cani abbaiano e le stesse sfere passano. Ma il 9 gennaio 2005 è un oggetto ovale, sempre luminoso, che si presenta nella notte.
Andateci. È vero che in alto l’aria è diversa e i paesaggi naturali preistorici sono magnifici. La Tomba del Capo Tribù, erosa dall’acqua, dal ghiaccio e dal vento, è commovente nella sua immobilità. Le "bories", capanne in pietra a secco opera delle mani dei pastori, testimoniano dell’umiltà degli abitanti e del loro talento nell’assemblare le pietre grigie come altrettante sculture di una città d’arte primitiva e premonitrice. 

    

  

Agosto 2010

 
François Rosso


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